PETER REGLI

ATPDiary 1/10/2014

Istituto Svizzero di Roma – Sede di Milano

PETER REGLI

AGES OF SMOKE (RH NO 313, 2014)

Quasi tutti noi abbiamo ormai una pagina Facebook o un account Twitter, molti di noi un blog o una homepage. Quale sarebbe la nostra reazione se un estraneo riuscisse ad accedere al nostro profilo e si divertisse a mettere tutto in disordine, sostituisse fotomontaggi irriverenti alle nostre immagini e pubblicasse nonsense a nome nostro? E se se invece ci facesse sembrare più belli e intelligenti a nostra insaputa?

“Reality hacking”, il titolo del progetto di interventi site specific che Peter Regli porta avanti da quasi vent’anni, rimanda all’insieme di tecniche di pirateria informatica, che consistono sostanzialmente nell’alterazione di contenuti e/o l’aspetto di siti web altrui, usate con finalità non criminali dagli attivisti politici. Regli cerca di spostare questo tipo di pratiche dalla “realtà” virtuale a quella materiale, con un approccio che pare meno diretto, più concettuale, ironico e sottile. Contrariamente a quanto accade per gli hacker, le trasformazioni che egli introduce sono sempre autorizzate. Curiosando sul sito che raccoglie al momento 317 applicazioni del progetto, troviamo interventi del tipo più svariato, sculture, installazioni ed azioni che puntano sempre a generare una frizione tra gli oggetti ed il loro contesto provocando una qualche forma di spiazzamento negli osservatori. Alcuni elementi sembrano ricorrere con maggiore insistenza: il colore rosso utilizzato per evidenziare, astrarre o distinguere qualcosa dal suo contesto; la sfida alla forza di gravità, con la sovrapposizione di oggetti pesanti spesso in equilibrio precario; l’utilizzo di alcune figure dell’immaginario quotidiano e popolare: statue decorative da giardino, orologi, torri, faccine sorridenti e più di tutto pupazzi di neve. Gli esiti sono spesso apparentemente semplici, addirittura disarmanti, però possono comportare un grado elevato di elaborazione tecnica o una complessa preparazione per essere realizzati.

Negli ultimi tempi l’artista sembrerebbe essersi concentrato in maniera più ricorrente su una riflessione a proposito dei “limiti della scultura” e nel caso della mostra di Milano questa riflessione sconfina in una critica agli elementi classici dell’architettura, di cui sono sottolineati in maniera plateale i (presunti) riferimenti sessuali. Il centro dello spazio espositivo è occupato in lunghezza da cinque grandi sculture in legno che si ergono verticali ed in sequenza su un’unica base leggermente rialzata rispetto al pavimento, tutte sono ricavate dallo scavo di tronchi d’albero dalla cui forma originaria si discostano in gradi diversi. Il riferimento architettonico ad un colonnato è esplicito ci troviamo infatti dinnanzi a: una colonna dorica, un orso in posizione eretta, una seconda colonna dorica ancora imprigionata all’interno del tronco di cui rimangono mozziconi di rami e da cui spunta soltanto la sommità con il capitello, un grande fallo, un ultimo elemento composto da un cilindro che attraversa, in basso ed in alto, due cubi sulle cui facce laterali sono dipinti cerchi neri.

Ci troviamo di fronte ad oggetti che attirano l’attenzione più per la dimensione e la natura del materiale che per la perizia che la loro realizzazione richiede (per la maggior parte sembrano realizzati con macchine a controllo numerico), l’impressione generale non risulta particolarmente provocatoria né irriverente, mentre alcuni dettagli introducono ulteriori livelli di lettura e li lasciano aperti all’interpretazione dei visitatori.

Di seguito i miei primi pensieri:

L’orso è il simbolo della Svizzera. La mostra di Milano inaugura circa una settimana dopo l’accidentale uccisione, in Trentino, di Daniza, un’orsa da tempo braccata perché rivelatasi aggressiva, fatto di cronaca che ha riempito per qualche giorno i media nazionali e suscitato polemiche violentissime, ovviamente subito dimenticate. L’orso e le colonne erano già apparsi in una diversa configurazione (colonne erette e orso sdraiato sulla schiena), nell’episodio N. 296 della serie. In questo caso però dalla profonda fenditura che attraversa il legno da cima a fondo sul dorso del plantigrado spunta un fungo. Un ulteriore riferimento fallico oppure alla dose eccessiva di sedativo che ha stroncato il cuore di mamma orsa?

Negli angoli del cortile Bramantesco di Sant’Ambrogio a Milano si trovano alcune colonne che imitano tronchi d’albero. La derivazione dell’architettura classica dalle costruzioni lignee è un fatto teorizzato fin dal trattato di Vitruvio (I sec. a.C.) in cui viene spiegato tra l’altro che a questa origine è associato un controverso problema compositivo che assillò gli architetti antichi per secoli, un conflitto tra coerenza costruttiva ed equilibrio estetico relativo alla scelta della posizione del triglifo angolare nella trabeazione del tempio dorico. Si dice che Bramante introdusse quelle colonne per dimostrare ai suoi contemporanei la conoscenza del trattato di Vitruvio. Quella di Regli sarà un omaggio al maestro del Rinascimento?

Un grande nodo del pene di legno ricorda una svastica.

L’associazione tra architetture e forma fallica è ricorrente. Ma davvero qualunque forma alta e stretta è fallica? Davvero ogni cosa ha un riferimento sessuale? La cultura classica non era certo repressa come quella cattolica e questo tipo di metafore non fanno certo parte dell’architettura greca o romana, per non parlare degli Etruschi. Vale la pena di suggerire una visita all’altare di Dioniso a Delos o al Gabinetto Segreto del Museo Archeologico di Napoli. Non riesco ad individuare un riferimento chiaro per l’ultimo elemento della sequenza, forse una scultura modernista o un elemento architettonico giapponese. Forse perché in Giappone, a Kawasaki, si tiene ogni anno la festa scintoista della fertilità Kanamara Matsuri (Festa del fallo di ferro), durante il quale vengono portati in processione enormi simboli fallici.

Per concludere, mi pare pertinente un paragone tra il lavoro di Regli e la distinzione di due livelli all’interno dei giochi di parole fatta da Stefano Bartezzaghi:

“I giochi di parole di primo livello contengono per intero la gamma dei giochi di parole in senso ristretto, oltre a fenomeni di tipo diverso. La loro caratteristica comune è l’estemporaneità: senza che nulla lo annunci e senza che alcun accordo venga proposto o pattuito tra gli interlocutori, un incidente interrompe il flusso del discorso, della conversazione o del testo.

(…)

Nei giochi di secondo livello si entra, consapevolmente e in accordo con gli altri interlocutori, attraverso una cornice costituita da regole certe e condivise. (…) il linguaggio stesso cessa le sue funzioni comunicative per diventare campo e materiale di una costruzione artificiosa.”[1]

“Ages of Smoke”, valutato come uno tra altri 317 “reality hacking” mi sembra restare pericolosamente in bilico tra i due.

Testo di Andrea Balestrero

[1] http://www.treccani.it/enciclopedia/giochi-di-parole_%28Enciclopedia_dell%27Italiano%29/