TEMPORARY ARCHITECTURE

Kernel Festival 2012, Temporary Architecture Exhibition.
La presenza di una sezione di architettura all’interno del programma di un festival come il Kernel potrebbe apparire curiosa, in realtà essa ha diverse ragioni per esistere. Una delle principali finalità del festival è la rivalutazione di edifici storici poco conosciuti e sottoutilizzati, rendendoli il palcoscenico di sperimentazioni basate sulle nuove tecnologie. In questo senso si può dire che il festival, per come è stato concepito, non possa prescindere dall’architettura. Se attraverso l’audiovisual mapping, che costituisce la principale attrattiva del festival in termini di spettacolarità, gli artisti hanno compiuto una lettura ed una rielaborazione della facciata neoclassica di Villa Tittoni Traversi trasfigurandone i partiti compositivi, animandoli ed espandendoli virtualmente nella terza dimensione, la sezione temporary architecture costituisce un completamento di questa spinta verso il rinnovamento di un luogo, approfondendo la capacità di creare una relazione stringente tra luoghi e persone ed investendo lo spazio reale in cui i visitatori si muovono.
Vi è questo primo aspetto quindi, del tutto pragmatico, per cui attraverso i bandi di progettazione l’architettura è messa al servizio del pubblico. Nel caso della prima edizione si è realizzato un piccolo “padiglione” nel parco, dotato di prese elettriche e connessione internet, che è servito da luogo di incontro e spazio di lavoro. Nel caso della seconda edizione, cogliendo l’occasione per inserirsi nel dibattito sul rifacimento della pianificazione urbanistica comunale, si sono volute invece offrire alla città di Desio alcune idee su possibili usi temporanei degli spazi pubblici situati lungo la medesima via dove si trova la sede del festival.
Dall’altro lato, analogamente alle altre sezioni del festival, la sezione temporary architecture si è posta l’obiettivo di riflettere sul concetto di innovazione, che in una disciplina considerata così statica come l’architettura assume senz’altro un significato particolare, non dimenticando di trovarsi nel contesto di un evento rivolto ad un pubblico di non addetti ai lavori. Le scelte della giuria internazionale, nel corso delle due edizioni, hanno messo in evidenza come, rispetto alla realizzazione di interventi architettonici leggeri, economici e di breve durata, l’apertura più promettente alle nuove tecnologie non è tanto quella che mira alla spettacolarizzazione di un’estetica, quanto quella che più direttamente investe la generazione ed il processo di sviluppo dell’idea progettuale e si concentra sugli aspetti dell’interazione con il pubblico. Nei progetti di Corge e Miro Architetti l’immagine dello spazio urbano è completata dalla diffusione della sua conoscenza attraverso Google Maps, mentre la sua esperienza è arricchita dal flusso di informazioni accessibile mediante i dispositivi portatili individuali.
Nel caso del progetto di Michiko Yamada, un luogo d’incontro può essere d’aiuto per riposare il corpo e lo spirito, ma anche ricaricare le batterie e connettersi, rendendo più facilmente fruibile e condivisibile questa esperienza”aumentata” del territorio.
La mostra degli artisti invitati si è concentrata, partendo dai medesimi presupposti, sul significato dell’attributo di “temporanea” accostato all’architettura, sul se e come questo possa avere una relazione con l’introduzione di nuove tecnologie all’interno dei progetti, attraverso la presentazione di una panoramica di atteggiamenti progettuali molto diversi tra loro, ma accomunati dal mettere al centro dell’attenzione progettuale la dimensione dell’esperienza dello spazio da parte delle persone.
Si può affermare che negli ultimi 40/50 anni lo statuto dell’architettura si sia andato trasformando, attraversato da periodi e movimenti in cui è stata intesa in senso ampio come disciplina che si occupa della trasformazione dello spazio anche dal punto di vista degli aspetti sociali e dell’interazione con gli utenti. Il rilievo dato alla temporaneità dell’architettura può essere ricollegato a questo superamento dei confini disciplinari tradizionali ed alla tendenza dell’architettura ad avvicinarsi ad altre forme dell’arte contemporanea che ugualmente tendono verso l’impermanenza (pensiamo ad esempio alla scultura) ed al mescolamento dei vari media.
L’architettura intesa come apparato effimero non è però un fatto nuovo, fin dall’antichità cerimonie e celebrazioni religiose e civili si avvalevano di allestimenti a volte anche grandiosi nei cui progetti erano spesso coinvolti gli architetti più in vista dell’epoca. Di queste strutture non è rimasta traccia se non nei documenti, ma va sottolineato che lo spazio urbano della città storica si è sviluppato in modo da poter accogliere questi eventi e relazionarsi quindi con dimensioni temporali differenti. In questa convivenza tra permanente ed effimero si pone in evidenza una delle questioni più contraddittorie della teoria dell’architettura, ovvero il dualismo stasi/movimento.
Ciò che oggi siamo abituati a percepire come simbolo dell’immobilismo, il monumento per esempio, può assumere un significato affatto diverso se lo consideriamo in termini processuali, come un cantiere (luogo del movimento e della trasformazione per eccellenza) incessantemente attivo per anni, a volte per secoli. Adam Nathaniel Furman con il suo progetto “Church of perpetual experimentation” affronta in maniera teorica e visionaria questi aspetti, immaginando una nuova frontiera per la monumentalità ecclesiastica ed ideando una vera e propria liturgia architettonica in cui non solo la spazialità della chiesa viene stravolta rispetto ai suoi canoni tradizionali (per adattarsi alle esigenze di una popolazione di fedeli sempre in evoluzione), ma è essa stessa in perenne trasformazione grazie all’integrazione di macchine automatiche a controllo numerico che mettono in scena, di fronte alle moltitudini di fedeli, la realizzazione della casa di un dio sempre al passo con i tempi.
All’opposto estremo si colloca la ricerca di Luca Diffuse che con il progetto “Headphones Park”riflette su un piano di sensibilità spaziale squisitamente individuale. In uno spazio verde piuttosto indefinito immagina esili strutture concepite come luoghi collettivi da fruire in perfetto isolamento, grazie all’utilizzo di dispositivi sonori individuali. Il progetto fa parte di una serie di disegni che l’autore definisce “small parks narratives” proprio per sottolineare la rilevanza dell’aspetto sensoriale momentaneo, intimo e quotidiano in relazione alla sua ricerca compositiva, capace di tenere assieme instabilità formale e pacatezza.
Sempre sul suono e sulla labile relazione tra spazio collettivo e individuale gioca il progetto “KarlMarx Bonsai” di Plastique Fantastique che, in collaborazione con i sound designer  Architetturasonora, ironizzano sulla trasformazione estemporanea in un viale berlinese di un albero in un bonsai gigante. Grazie alla realizzazione di un “vaso” pneumatico in pvc trasparente giallo, che funziona da membrana sonorizzata, una porzione di suolo pubblico, con le sue panchine di pertinenza, si trasforma in uno spazio dall’aspetto molto più domestico e intimo. Tutti questi progetti dimostrano che questa relazione che abbiamo individuato tra tempo e movimento si lega in maniera diretta al rapporto tra architettura e vita.
Un ulteriore interrogativo che ne consegue è se una relazione di tipo architettonico possa essere innescata dal dinamismo introdotto dalle persone che popolano uno spazio generico. Su questa domanda letteralmente”giocano” altri due progetti esposti in mostra, che affrontano la relazione con lo spazio architettonico e urbano attraverso la realizzazione di installazioni interattive dalle finalità immediate sostanzialmente ludiche e di intrattenimento, per proporre riflessioni più ampie. “Enteractive” di Electroland è una vera e propria facciata interattiva che risponde al movimento delle persone su un tappeto, dotato di sensori capacitivi, posto all’interno dell’edificio stesso. L’attrattività e la semplicità del meccanismo è capace di innescare dinamiche relazionali inaspettate tra sconosciuti.
“Miami Sound Machine”, del collettivo spagnolo Basurama, utilizza un’installazione interattiva sonora mobile, realizzata recuperando parti di veicoli abbandonati o reperite dagli sfasciacarrozze, per indagare la possibilità di animare e vivere in maniera meno isolata e più a misura d’uomo gli spazi pubblici di una città come Miami, concepita esclusivamente per una fruizione automobilistica.
La relazione di un’architettura urbana con la dimensione temporale può investire anche il tema della memoria e del passato, senza necessariamente dover rispondere a schemi passatisti o modelli da ripetere fuori contesto. Il playground “Das Netz” diNL Architects, grazie ad un’idea semplice che richiama l’immagine del gioco che si fa con uno spago teso tra le dita delle mani e conosciuto come cat’s cradle, occupa uno dei sempre più rari lotti interstiziali che un tempo caratterizzavano il tessuto urbano di Berlino, senza riempirne il vuoto e cancellarne il ricordo, ma anzi rendendolo più evidente e sfruttando la sua natura per renderlo utilizzabile in modo originale. E’ un’architettura urbana nel senso più autentico del termine, ovvero capace di dare forma ad un luogo che palesemente renda chiari i modi in cui i suoi spazi possono essere utilizzati e vissuti senza assolvere solo a funzioni specifiche, ma permettendo e rendendo semplici anche ulteriori usi dello spazio, adeguati ad una visione della vita urbana che può evolversi nel tempo. Obiettivo che dovrebbe porsi qualunque progetto voglia essere realmente “presente”, a prescindere dalla sua “durata”.